Le origini: tra oriente ed occidente
Non sono mai state trovate le prove archeologiche certe di tecniche di distillazione di sostanze alcoliche praticate in antichità, a meno di non voler interpretare come alambicchi alcuni frammenti di ceramiche, attribuibili alla cultura di Gandhara (punto d’incontro della civiltà greco-romana con l’oriente buddista), restituiti da uno scavo effettuato nel Pakistan, risalenti al II°-I° secolo a.C.. Non sarebbe un’interpretazione azzardata, tanto più che i documenti letterari non mancano, su antiche pratiche distillatorie, e sono inequivocabili.
Ne citiamo uno per tutti: in uno scritto di Dioscoride Pedanio, medico e botanico erborista greco nato nel 60 d.C. ad Anazarda, in Cilicia, (nell’odierna Turchia) si legge che “Distillare è imitare il sole, che evapora le acque della terra e le rinvia in pioggia”. Dioscoride ci parla di un apparecchio per distillare ed ottenere liquidi medicinali, dotato di una “vescica” e di una sorta di testa superiore, dalla quale i vapori passavano in una struttura refrigerante per la condensazione, che non troviamo più negli apparati medioevali per la distillazione.
La parola “destillatio” appartiene al lessico latino classico, ed è derivata da “stilla”: è la tecnica che consente di recuperare in forma liquida, goccia a goccia, alcune delle essenze estratte da sostanze liquide o solide trasformate in forma di vapore da una fonte di calore, e ricondensate per raffreddamento. Agli antichi distillatori, doveva sembrare, una sorta di magia, la trasformazione della materia in un vapore per virtù del calore, seguita dalla sua ricondensazione per raffreddamento, con l’acquisizione di altre qualità in questo duplice passaggio.
Sappiamo che questa tecnica di distillazione era molto praticata, nel mondo greco-romano, in profumeria ed in aromateria; tecniche di recupero di aromi per distillazione dalle piante erano certamente praticate anche in epoca preistorica, anche se le prime prove archeologiche sicure risalgono a non prima del terzo-secondo millennio a.C., in Egitto. E' anche certo che nella Grecia classica avevano capito come fosse possibile ottenere acqua dolce dall’acqua marina, dissalandola per distillazione. Non abbiamo invece alcuna prova che nelle culture mediterranee queste tecniche fossero applicate alle bevande alcoliche, per l’estrazione dell’alcole etilico, prima che ce lo insegnassero gli Arabi, ai quali dobbiamo anche l’introduzione nel nostro lessico della parola stessa “alcole”: al kuhul era, ed è ancora oggi, una polvere scura finissima, di solfuro di antimonio, così sottile da sembrare un vapore, tutt’ora utilizzata in cosmetica dalle signore per conferire più profondità allo sguardo (kajal).
Ma anche gli Arabi avevano appreso con ogni probabilità da altre culture l’arte di distillare materie prime che avevano subito una fermentazione alcolica. Intanto, la parola “alambicco”, che noi abbiamo preso dagli Arabi (al ambic) era stata derivata da questi ultimi dal greco “ambix”, bottiglia o recipiente panciuto. E fra i numerosi testi greci che sono pervenuti fino a noi grazie agli Arabi, troviamo anche la descrizione di tecniche di distillazione praticate dagli antichi Egizi, i quali conoscevano ampiamente una vasta gamma di bevande alcoliche fermentate da svariate materie prime.
Nella nostra cultura occidentale la distillazione alcolica arriva con l’alchimia (altro vocabolo che dobbiamo agli Arabi, ma di origine greca). E il più antico scrittore di alchimia è il medico greco Zosimos di Panoplis (350-420 d.C.), che operò ad Alessandria. Un suo testo, pervenutoci ancora una volta grazie alla sua traduzione in arabo, ci descrive un apparecchio distillatore funzionante in un tempio egizio a Memphis, completo di matraccio (a proposito: altra parola di origine araba), di un lungo tubo di bronzo, precursore della serpentina, anche se manca l’impianto di refrigerazione, e di un pallone per la raccolta dei vapori condensati.
Sinesio, altro scrittore ellenistico (370-415 d.C.), vescovo di Tolemaide, in Cirenaica, ci lascia descrizioni di apparecchi che si direbbero progenitori del densimetro e dell’alcolometro, insieme a metodi che egli attribuisce agli Egizi i quali - se dovessimo prestargli fede - praticavano già da quaranta secoli la distillazione del vino e del sidro ma, quest’ultima, è una testimonianza di cui è consigliabile dubitare.
Ritrovamenti archeologici ci hanno consentito di recuperare frammenti di alambicco del tipo descritto da Zosimos in Egitto e in Siria, dove l’apparato si evolve con l’introduzione della tecnica del bagnomaria. Un termine, quest’ultimo, che merita una divagazione di qualche riga: prende il nome da Maria l’Ebrea, un personaggio in buona parte leggendario, un’alchimista egiziana vissuta nel I° secolo d.C., le cui pratiche vengono fatte risalire a Ermete Trismegisto ed ai suoi culti esoterici. Ma nel recipiente da scaldare con la tecnica da lei inventata non venivano inserite materie prime alcoligene, bensì materiale da utilizzare per ottenerne la pietra filosofale, quella che avrebbe dovuto trasformare per semplice contatto i metalli vili in oro. L’introduzione del termine “bagnomaria” nella lingua italiana è, infatti, legato alla diffusione cinquecentesca dell’alchimia, a partire dalla vulgata del trattato di Dioscoride “De Materia Medica” (anno 1557) ad opera del veneziano Pier Andrea Mattioli.
In realtà, la moderna scienza fisica e chimica e le tecniche che ne sono derivate, distillazione compresa, devono molto ai risultati delle stravaganti ricerche degli alchimisti medioevali, che si rifacevano empiristicamente ad Aristotele ed a pratiche che hanno a che fare molto più con la magia che non con la ricerca scientifica sperimentale quale noi la concepiamo. Una serie di teorie più o meno esoteriche ci ha tuttavia consentito di “scoprire” che l’alcole è la quintessenza del vino: la “quinta essenza” aristotelica, l’elemento costitutivo del mondo celeste, più puro rispetto ai quattro elementi di Empedocle, cioè Terra, Acqua, Aria, Fuoco e, secondo i precursori dei chimici moderni, l’estratto purissimo di una sostanza ottenuto per successive distillazioni.
Ne citiamo uno per tutti: in uno scritto di Dioscoride Pedanio, medico e botanico erborista greco nato nel 60 d.C. ad Anazarda, in Cilicia, (nell’odierna Turchia) si legge che “Distillare è imitare il sole, che evapora le acque della terra e le rinvia in pioggia”. Dioscoride ci parla di un apparecchio per distillare ed ottenere liquidi medicinali, dotato di una “vescica” e di una sorta di testa superiore, dalla quale i vapori passavano in una struttura refrigerante per la condensazione, che non troviamo più negli apparati medioevali per la distillazione.
La parola “destillatio” appartiene al lessico latino classico, ed è derivata da “stilla”: è la tecnica che consente di recuperare in forma liquida, goccia a goccia, alcune delle essenze estratte da sostanze liquide o solide trasformate in forma di vapore da una fonte di calore, e ricondensate per raffreddamento. Agli antichi distillatori, doveva sembrare, una sorta di magia, la trasformazione della materia in un vapore per virtù del calore, seguita dalla sua ricondensazione per raffreddamento, con l’acquisizione di altre qualità in questo duplice passaggio.
Sappiamo che questa tecnica di distillazione era molto praticata, nel mondo greco-romano, in profumeria ed in aromateria; tecniche di recupero di aromi per distillazione dalle piante erano certamente praticate anche in epoca preistorica, anche se le prime prove archeologiche sicure risalgono a non prima del terzo-secondo millennio a.C., in Egitto. E' anche certo che nella Grecia classica avevano capito come fosse possibile ottenere acqua dolce dall’acqua marina, dissalandola per distillazione. Non abbiamo invece alcuna prova che nelle culture mediterranee queste tecniche fossero applicate alle bevande alcoliche, per l’estrazione dell’alcole etilico, prima che ce lo insegnassero gli Arabi, ai quali dobbiamo anche l’introduzione nel nostro lessico della parola stessa “alcole”: al kuhul era, ed è ancora oggi, una polvere scura finissima, di solfuro di antimonio, così sottile da sembrare un vapore, tutt’ora utilizzata in cosmetica dalle signore per conferire più profondità allo sguardo (kajal).
Ma anche gli Arabi avevano appreso con ogni probabilità da altre culture l’arte di distillare materie prime che avevano subito una fermentazione alcolica. Intanto, la parola “alambicco”, che noi abbiamo preso dagli Arabi (al ambic) era stata derivata da questi ultimi dal greco “ambix”, bottiglia o recipiente panciuto. E fra i numerosi testi greci che sono pervenuti fino a noi grazie agli Arabi, troviamo anche la descrizione di tecniche di distillazione praticate dagli antichi Egizi, i quali conoscevano ampiamente una vasta gamma di bevande alcoliche fermentate da svariate materie prime.
Nella nostra cultura occidentale la distillazione alcolica arriva con l’alchimia (altro vocabolo che dobbiamo agli Arabi, ma di origine greca). E il più antico scrittore di alchimia è il medico greco Zosimos di Panoplis (350-420 d.C.), che operò ad Alessandria. Un suo testo, pervenutoci ancora una volta grazie alla sua traduzione in arabo, ci descrive un apparecchio distillatore funzionante in un tempio egizio a Memphis, completo di matraccio (a proposito: altra parola di origine araba), di un lungo tubo di bronzo, precursore della serpentina, anche se manca l’impianto di refrigerazione, e di un pallone per la raccolta dei vapori condensati.
Sinesio, altro scrittore ellenistico (370-415 d.C.), vescovo di Tolemaide, in Cirenaica, ci lascia descrizioni di apparecchi che si direbbero progenitori del densimetro e dell’alcolometro, insieme a metodi che egli attribuisce agli Egizi i quali - se dovessimo prestargli fede - praticavano già da quaranta secoli la distillazione del vino e del sidro ma, quest’ultima, è una testimonianza di cui è consigliabile dubitare.
Ritrovamenti archeologici ci hanno consentito di recuperare frammenti di alambicco del tipo descritto da Zosimos in Egitto e in Siria, dove l’apparato si evolve con l’introduzione della tecnica del bagnomaria. Un termine, quest’ultimo, che merita una divagazione di qualche riga: prende il nome da Maria l’Ebrea, un personaggio in buona parte leggendario, un’alchimista egiziana vissuta nel I° secolo d.C., le cui pratiche vengono fatte risalire a Ermete Trismegisto ed ai suoi culti esoterici. Ma nel recipiente da scaldare con la tecnica da lei inventata non venivano inserite materie prime alcoligene, bensì materiale da utilizzare per ottenerne la pietra filosofale, quella che avrebbe dovuto trasformare per semplice contatto i metalli vili in oro. L’introduzione del termine “bagnomaria” nella lingua italiana è, infatti, legato alla diffusione cinquecentesca dell’alchimia, a partire dalla vulgata del trattato di Dioscoride “De Materia Medica” (anno 1557) ad opera del veneziano Pier Andrea Mattioli.
In realtà, la moderna scienza fisica e chimica e le tecniche che ne sono derivate, distillazione compresa, devono molto ai risultati delle stravaganti ricerche degli alchimisti medioevali, che si rifacevano empiristicamente ad Aristotele ed a pratiche che hanno a che fare molto più con la magia che non con la ricerca scientifica sperimentale quale noi la concepiamo. Una serie di teorie più o meno esoteriche ci ha tuttavia consentito di “scoprire” che l’alcole è la quintessenza del vino: la “quinta essenza” aristotelica, l’elemento costitutivo del mondo celeste, più puro rispetto ai quattro elementi di Empedocle, cioè Terra, Acqua, Aria, Fuoco e, secondo i precursori dei chimici moderni, l’estratto purissimo di una sostanza ottenuto per successive distillazioni.










