I primi alambicchi in Italia
Una prima letteratura specifica sulla distillazioni delle materie prime alcoliche si comincia ad avere, in Italia, non prima del XII°-XIII° secolo, quando Taddeo Fiorentino va ad insegnare medicina all’Università di Bologna ed il suo discepolo Raimondo Lullo, catalano di Maiorca, ci lascia uno scritto contenente per la prima volta la parola “alcohol”. Alla medesima scuola appartiene Arnaldo di Villanova, che – a quanto scrive Riccardo Angelico – ottenne guarigioni straordinarie con la somministrazione di “tinture” distillate. Scrive Arnaldo di Villanova che “l’acquavite si estrae dal vino per decozione e distillazione”, e questa operazione “fa in modo che ciò che è puro nel vino si separa da ciò che è immondo”.
Il primo apparato che produca un’acquavite distillata dal vino si deve al medico Michele Savonarola da Padova, prozio del famoso monaco bruciato vivo come eretico a Firenze: ce ne parla nel suo trattato “De Conficienda Aqua Vitae”. E siamo sempre nel filone dell’acquavite come medicina, “Acqua di Vita”, ancora molto lontani dalla bevanda consumata a scopo edonistico.
Contemporaneamente, alla distillazione dedica molta attenzione la Scuola Salernitana: ma non si occupa di materie prime alcoligene, bensì di piante medicamentose o di fiori, in particolare la rosa. Si tratta sempre di utilizzazioni dei distillati, o olii essenziali, in campo medico: la quintessenza distillata, in quanto purissima, doveva guarire dalle malattie attribuibili ad impurità.
Non poteva mancare, in uscita dal Medioevo, il genio rinascimentale per eccellenza: Leonardo da Vinci ha dato il suo contributo all’arte della distillazione perfezionando il raffreddamento dei vapori in uscita dalla caldaia, e provvedendo alla selezione e separazione dei liquidi prodotti dalla condensazione dei vapori. Ma diversi autori italiani lasciano una traccia nella letteratura sulla distillazione, fra il XIII° ed il XVI° secolo: Bernardo da Treviso, Vannoccio Biringuccio, da Siena, Gerolamo Cardano, da Pavia, il fisico napoletano Giovanni Battista della Porta, autore di due fondamentali volumi “De Destillatione” pubblicati nel 1609, Gerolamo De Rossi, da Ravenna, Angelo Sala, da Vicenza, Costanzo da Lodi.
Tuttavia, prima che si cominci a parlare di acquavite come bevanda bisogna arrivare - a quanto pare - alla corte parigina di Caterina de’ Medici. Ma non mancano indizi che lasciano sospettare un uso e, probabilmente anche un abuso, di bevande alcoliche in epoca molto precedente: lo studioso Georges Comet, dell’Università di Aix en Provence, ha ricordato al convegno “Grappa e Alchimia” del Centro Documentazione Grappa “Luigi Bonollo” di Greve in Chianti del settembre 1999, che nel 1288 un capitolo provinciale dell’Ordine dei Domenicani, riunito a Rimini, proibì la produzione di alcole nei conventi dei Predicatori. Non ci sono pervenute le motivazioni del divieto.
Acquaviti e liquori come bevande arrivano dunque a Parigi con Caterina de’ Medici: è uno dei doni che la raffinata cultura fiorentina porta ad una Francia ancora pressoché medioevale, che ne rimane affascinata (dalla dote fiorentina di Caterina nasce anche la tradizione dei grandi profumieri di Francia, distillatori di essenze). Raccontano le cronache dell’epoca che, in occasione delle sue nozze con il futuro re Enrico II°, furono serviti ai convitati liquori confezionati dai maestri pasticceri al seguito della nobildonna fiorentina. Ne dovremmo dedurre che la produzione di liquori alcolici era già consolidata da qualche tempo, a Firenze.
Del resto, già da Arnaldo di Villanova apprendiamo che alcuni re di Sicilia provvedevano a fortificare i loro vini con l’aggiunta di acquaviti.
Il primo apparato che produca un’acquavite distillata dal vino si deve al medico Michele Savonarola da Padova, prozio del famoso monaco bruciato vivo come eretico a Firenze: ce ne parla nel suo trattato “De Conficienda Aqua Vitae”. E siamo sempre nel filone dell’acquavite come medicina, “Acqua di Vita”, ancora molto lontani dalla bevanda consumata a scopo edonistico.
Contemporaneamente, alla distillazione dedica molta attenzione la Scuola Salernitana: ma non si occupa di materie prime alcoligene, bensì di piante medicamentose o di fiori, in particolare la rosa. Si tratta sempre di utilizzazioni dei distillati, o olii essenziali, in campo medico: la quintessenza distillata, in quanto purissima, doveva guarire dalle malattie attribuibili ad impurità.
Non poteva mancare, in uscita dal Medioevo, il genio rinascimentale per eccellenza: Leonardo da Vinci ha dato il suo contributo all’arte della distillazione perfezionando il raffreddamento dei vapori in uscita dalla caldaia, e provvedendo alla selezione e separazione dei liquidi prodotti dalla condensazione dei vapori. Ma diversi autori italiani lasciano una traccia nella letteratura sulla distillazione, fra il XIII° ed il XVI° secolo: Bernardo da Treviso, Vannoccio Biringuccio, da Siena, Gerolamo Cardano, da Pavia, il fisico napoletano Giovanni Battista della Porta, autore di due fondamentali volumi “De Destillatione” pubblicati nel 1609, Gerolamo De Rossi, da Ravenna, Angelo Sala, da Vicenza, Costanzo da Lodi.
Tuttavia, prima che si cominci a parlare di acquavite come bevanda bisogna arrivare - a quanto pare - alla corte parigina di Caterina de’ Medici. Ma non mancano indizi che lasciano sospettare un uso e, probabilmente anche un abuso, di bevande alcoliche in epoca molto precedente: lo studioso Georges Comet, dell’Università di Aix en Provence, ha ricordato al convegno “Grappa e Alchimia” del Centro Documentazione Grappa “Luigi Bonollo” di Greve in Chianti del settembre 1999, che nel 1288 un capitolo provinciale dell’Ordine dei Domenicani, riunito a Rimini, proibì la produzione di alcole nei conventi dei Predicatori. Non ci sono pervenute le motivazioni del divieto.
Acquaviti e liquori come bevande arrivano dunque a Parigi con Caterina de’ Medici: è uno dei doni che la raffinata cultura fiorentina porta ad una Francia ancora pressoché medioevale, che ne rimane affascinata (dalla dote fiorentina di Caterina nasce anche la tradizione dei grandi profumieri di Francia, distillatori di essenze). Raccontano le cronache dell’epoca che, in occasione delle sue nozze con il futuro re Enrico II°, furono serviti ai convitati liquori confezionati dai maestri pasticceri al seguito della nobildonna fiorentina. Ne dovremmo dedurre che la produzione di liquori alcolici era già consolidata da qualche tempo, a Firenze.
Del resto, già da Arnaldo di Villanova apprendiamo che alcuni re di Sicilia provvedevano a fortificare i loro vini con l’aggiunta di acquaviti.










