Acquaviti nel mondo
Di lì a poco le acquaviti come bevanda dilagano sui mercati europei: paradossalmente (ma non troppo) vi si specializzano quei paesi che non producono vino, e che devono provvedere a mantenere con interventi tecnologici una buona qualità dei vini importati, durante il trasporto. Ecco allora perché diventano bravissimi distillatori gli Olandesi, tanto che i loro specialisti vengono successivamente chiamati nei paesi produttori ed esportatori di vino proprio per produrre le acquaviti. Perfino il vocabolo “brandy”, l’acquavite distillata dal vino, è di origine fiamminga (viene da “brandwjin”, ossia vino bruciato). E questo spiega anche come mai tanti Inglesi si siano messi a distillare vino nei paesi vinicoli: hanno infatti ancora oggi cognomi inglesi molti dei produttori di Cognac, ed hanno cognomi inglesi anche i primi produttori di vino Marsala (il cui atto di nascita consiste nell’aggiunta di mosto cotto e acquavite di vino al vino siciliano da imbarcare sulle navi di Sua Maestà).
E la distillazione si estende gradualmente anche ad altre materie prime alcoligene: inizialmente sempre come “aqua vitae”, ossia come medicamento (tale è, per esempio, il whisky, il cui antico nome “uisque beatha” è la traduzione in lingua gaelica di “acqua di vita”), ma poi, sempre di più, come bevanda.
Ben presto si amplia enormemente la gamma delle bevande alcoliche ricavate dalla distillazione delle varie materie prime reperibili localmente, dalle mele ai cereali, dalla canna da zucchero ai frutti di bosco. E purtroppo, insieme alla produzione sempre più diffusa, si estende anche l’abuso delle bevande alcoliche, sempre più disponibili: cronisti e viaggiatori di ritorno dai paesi nordici produttori di queste acquaviti descrivono scenari assai poco edificanti, di popolazioni intere in preda all’ebbrezza alcolica.
Intanto la tecnologia della distillazione compie ovunque progressi spettacolari, e si adatta nel migliore dei modi alle materie prime alcoligene locali. Oggigiorno è la tecnologia italiana quella che è all’avanguardia. Ma qui arriviamo alla storia contemporanea.
E la distillazione si estende gradualmente anche ad altre materie prime alcoligene: inizialmente sempre come “aqua vitae”, ossia come medicamento (tale è, per esempio, il whisky, il cui antico nome “uisque beatha” è la traduzione in lingua gaelica di “acqua di vita”), ma poi, sempre di più, come bevanda.
Ben presto si amplia enormemente la gamma delle bevande alcoliche ricavate dalla distillazione delle varie materie prime reperibili localmente, dalle mele ai cereali, dalla canna da zucchero ai frutti di bosco. E purtroppo, insieme alla produzione sempre più diffusa, si estende anche l’abuso delle bevande alcoliche, sempre più disponibili: cronisti e viaggiatori di ritorno dai paesi nordici produttori di queste acquaviti descrivono scenari assai poco edificanti, di popolazioni intere in preda all’ebbrezza alcolica.
Intanto la tecnologia della distillazione compie ovunque progressi spettacolari, e si adatta nel migliore dei modi alle materie prime alcoligene locali. Oggigiorno è la tecnologia italiana quella che è all’avanguardia. Ma qui arriviamo alla storia contemporanea.










